Volontario al Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi

Volontario al Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi

VPNDB, una sigla che può dire poco a chi non ha conosciuto l’esperienza di fare volontariato al Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, ma che rimarrà nel cuore a chi, quest’opportunità, l’ha vissuta da pioniere.
Dieci giorni quelli passati tra Agre e Valle Imperina (nell’agordino) che mi hanno insegnato molto, regalandomi emozioni, serenità e soprattutto nuovi amici.
Sono partita che non sapevo nulla di cosa mi aspettava, con l’eterno dilemma se il bagaglio era troppo carico o troppo scarso, senza sapere in quanti saremmo stati e quali sarebbero stati i nostri compiti.
Mercoledì, Anna passa a prendermi per portarmi in stazione, difficile arrivarci a piedi viste le dimensioni del borsone…ore 10.05 il treno Tiene - Vicenza parte e parte l’avventura. Tutto inizia per il meglio visto che la mia paura di perdere la coincidenza svanisce dal momento che, molto stranamente, per la prima volta nella storia dei mezzi pubblici, il treno è in anticipo sui tempi. Salgo sul treno per Belluno, è praticamente pieno ma un certo sesto senso mi fa pensare che la ragazza seduta al mio fianco è diretta alla mia stessa destinazione, bah con tutta quella gente sarebbe proprio una coincidenza.
Arrivata alla stazione di Belluno, esco e mi guardo intorno e quello scriciolo che è stata al mio fianco per un’ora e mezza è ancora li….”scusa la domanda, stai andando al Parco?” mi scappa, “Siii, volevo chiedertelo io”;ecco Veronica di Faenza. Mentre aspettavamo il dolomitibus si chiacchierava e una voce sottile si fa avanti…è Eleanna da Novara (con tutte le sembianze di una tedesca) “Andate al Parco?”, e il gruppo inizia a prendere forma.
Quando arriva l’autobus si caricano i bagagli, ma dobbiamo aspettare perché una certa foggiana che risponde al nome di Nunzia deve ancora fare il biglietto…nel frattempo individuiamo anche Raffaele e Daniela da Roma. In quella mezz’ora per arrivare a La Muda inizia a crescere l’affiatamento e all’arrivo scopriamo che nell’autobus c’era anche lei, Chiara da Firenze. Siamo già in sette, quanti ne troveremo ancora? Due, dieci, venti? Quattro: Giulio da Roma, Irene da Trieste e Erika e Anita da Padova (con un po’ di ritmo brasiliano nel sangue). Ma c’è anche Antonio, il nostro “coordinatore” che prende un volto dopo le varie mail. Siamo alla foresteria di Agre, un gran bel posto, manca l’acqua calda, il gas e non tutti gli sciacquoni funzionano, ma quelle mura hanno già il calore umano.
Il nostro compito è dare una mano alla preparazione della festa d’estate del Parco, pulire, sistemare, dispensare schiz e pastin. Nei primi giorni si è rastrellato, tagliato l’erba, mangiato un po’ di polvere, montato tanti gazebo (che poi il vento ha pensato di smontare) e al nostro fianco c’erano Stefano, vice direttore e Andrea,urbanista – barista – trasportare – mediatore -centralinista (ne aveva di cose da fare).
Una lode va ai dipendenti dell'Ente Parco che ci hanno accolto in maniera splendida e con i quali si è lavorato sempre con il sorriso. 
I giorni successivi alla festa ne approfittiamo per fare qualche escursione, Valle del Mis con i magnifici Cadini del Breton, Erto e la diga del Vajont, e da Croce d’Aune fino al rifugio Dal Piaz.

Ed è in questi giorni che mi rendo conto di ritrovare qualcosa che non mi ero accorta di aver perso: il vivere la montagna con lentezza, con respiro,con meraviglia. Per questo mi sono stati di grande aiuto i miei compagni di viaggio; loro, non avendo le Dolomiti a portata di mano, guardano tutto con stupore, con un ritmo diverso dal mio. Arrampicando è spesso necessaria la velocità nell’avvicinamento alla via e nel rientro per cui non ci si ferma tanto a guardarsi attorno. Spesso si arriva in vetta e, tempo di sistemare il materiale, si scende. L’arrampicata offre panorami magnifici la sensazione di leggerezza e fa star bene dentro. Mettersi in parete per me significa estraniarsi da tutto ed avere in testa solo i 150, 300, 600 metri da salire; significa concentrarsi sui movimenti prendendo coscienza del proprio corpo; l’arrampicata è anche il sofisticato rapporto tra compagni di cordata che necessita di grande fiducia e complicità nell’altro. Scalare è anche un po’ come andare in un museo o in una città perché c’è la storia e l’arte di grandi uomini nelle vie che si salgono.
Ma dieci persone, in dieci giorni, mi hanno dimostrato che delle volte non è necessario salire così in alto e così arditamente per apprezzare la natura, per cogliere attimi di pace e sentirsi in sintonia con i compagni di viaggio. Ad Agre ci sono passata spesso in direzione dei gruppi montuosi che il mondo ci invidia, Civetta, Marmolada, Lagazuoi, Sella, … ma questa volta non ho proseguito, mi sono fermata più a valle e mi è piaciuto quello che ho trovato.
Ringrazio “Gli amici del bosco” per avermi fatto guardare le montagne con i loro occhi, per avermi fatto ritrovare qualcosa che avevo perso, l’approccio semplice e genuino con “la Signora”.
Li ringrazio per l’amicizia, per l’esperienza di condivisione, per la simpatia, per il gelato con la marmellata, il cocomero e la frittatona. 
Li ringrazio per avermi donato i loro sorrisi.
Elisa (insetto stecco)


Elisa Filippi luglio 2008