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Alpinismo ... un pò di storia

L’alpinismo ai suoi esordi ...
Una data precisa a cui far risalire la prima ascesa sulle Alpi è difficile da stabilire. Si hanno notizie di salite nel 1336 del Monte Ventoso in Provenza da parte del sommo poeta Petrarca avventuratosi alla ricerca dell’elevazione spirituale, di Leonardo da Vinci che si cimentò alpinista scalando la Grigna e Bonifacio Rotario d’Asti salì nel 1358 il Rocciamelone che con i suoi 3.538 metri era all’epoca considerata la cima più alta delle Alpi. A a partire dal 1700 l’impulso innovatore dell’illuminismo spinse uomini di scienza a porsi delle domande sull’ambiente alpino ed ad opporsi a leggende e favole popolari che tenevano lontane le genti dalle montagne. E’quindi dalla fine del XVIII secolo che l’alpinismo si sviluppa molto rapidamente. La prima salita al Monte Bianco, 4810 metri, risale all’8 agosto 1786 organizzata dallo scienziato Horace Benedict de Saussure ed intrapresa dal cacciatore di camosci Jacques Balmat forse spinto da una prospettiva di guadagno e dal medico Michel Paccard, uomo di scienza che cercava nell’impresa nuove conoscenze. A questa data si fa risalire la nascita dell’alpinismo, ma bisogna ricordare che alcune montagne erano già state salite e le motivazioni potevano assomigliare a quelle dei moderni alpinisti come potevano essere di carattere religioso, economico o militare. Inizia con questa impresa una corsa alla conquista di vette ancora inviolate. Nella prima metà dell’Ottocento queste motivazioni lasciano spazio a ragioni meno impegnative, ma più profonde. Nel 1865 viene conquistata l’ultima delle vette più importanti delle Alpi, il Cervino, ancora oggi una delle montagne più ostili dell’arco alpino; portata a termine da Edward Whymper, questa conquista è diversa da quella sul Monte Bianco di Balmat e Paccard in quanto non c’è uno scopo scientifico, ma il solo interesse di una sfida con la montagna e di competizione con cordate di altre nazionalità. Con la conquista dell’ultima delle vette più alte d’Europa, l'interesse non è più il raggiungimento della cima, ma diventa d’interesse percorrere i versanti o le strutture della montagna (creste, canaloni ...) ancora inesplorati; al posto di cercare la via più agevole si identifica un versante o una struttura esteticamente attraente e si affinano le capacità  tecniche necessarie a superare gli ostacoli posti dalla montagna. Termina così l’epoca pionieristica e inizia il periodo dell’esplorazione e della conquista delle montagne. Anche per le Dolomiti è difficile stabilire una data d’inizio dell’attività alpinistica. La scoperta parte sempre da ricerche scientifiche di studiosi veneziani che si inoltrano per ricercare piante officinali, rimanendo incantati dai castelli di rocce che si presentano innanzi sono spinti ad andare oltre. La salita al Cimon Cavallo, alto 2.250 metri risale al 1726, ma rimane episodio isolato. Sempre per interessi botanici, sarà  dal 1790 con la salita da parte del barone austriaco di Klagenfurt del monte lungo e della Croda del Becco, che l’attività inizia a prendere piede. Seguono le salite alle cime più importanti delle Dolomiti, nel 1802 un tentativo di un sacerdote di salire la Marmolada, finisce con la morte dello stesso durante la discesa. Nel 1855 la probabile prima salita alla Civetta da parte di Simeone de Silvestri, di questa ascensione però non c’è documentazione certa, ma l’inizio ufficiale dell’attività  alpinistica in Dolomiti è nel 1857 con la scalata del Monte Pelmo da parte dell’irlandese John Ball. Tre anni dopo sale la Marmolada fino allo sperone di Punta Rocca, prosegue poi le sue esplorazioni nelle Pale di San Martino.

Uomo di cultura, Ball sarà  l’autore della prima Guida delle Alpi pubblicata nel 1868. Sarà  poi il momento dell’austriaco Paul Grohmann, che si innamora dell’ambiente dolomitico ed inizia a salire le montagne da più versanti scoprendo la conca Ampezzana e successivamente il gruppo del Sassolungo, ed è una delle cime di questo ultimo gruppo che prende proprio il nome di punta Grohmann. L’alpinista austriaco è ricordato per molte delle sue imprese, ma ciò che fece di innovativo fu la prima discesa dal Sorapiss in corda doppia, ovvero usando la corda come strumento di calata da una parete ripida senza doverla arrampicare a ritroso.
Attorno al 1870 vengono salite le prime cime delle Pale di San Martino da coloro che diventano personaggi di riferimento della storia dell’alpinismo come Dimai e Bettega. Presto anche la zona di Agordo è considerata; Cesare Tomè alpinista di nota fama si distingue in questa zona salendo nel 1875 l’Agner coi compagni Gnech e Da Col. Sono questi gli anni in cui nascono le prime associazioni alpinistiche come l'Alpine Club Inglese fondato nel 1857, l’Osterreichischer Alpenverein austriaco fondato nel 1862 e seguendo questi esempi, un gruppo di appassionati capeggiati da Quintino Sella fonda il Club Alpino Italiano nel 1863.
Un altro punto di svolta è compiuto nel 1887 dall’ancora quindicenne Georg Winkler, scala la prima delle tre Torri del Vajolet oggi Torre Winkler, vetta ancora inviolata, ma ciò che risalta è l’aver compiuto da solo questa impresa, solo senza mezzi e senza guida.
In questo modo Winkler ha compiuto un passo in avanti dal punto di vista tecnico ed iniziato una nuova epoca per la scalata, quella dell’arrampicata come gesto eroico, di coraggio e forza fisica, ma anche come forma d’arte. In questo quadro gli alpinisti italiani nulla hanno da invidiare ai colleghi inglesi e tedeschi.
Innovazioni tecniche permettono la salita di pareti con maggiori difficoltà, si perfezionano le manovre di corda e fano comparsa nuovi moschettoni e nuovi chiodi. La suola vibram nelle calzature permette l’innalzamento dei gradi di difficoltà , si sviluppa così un’attività  maggiormente orientata verso la prestazione atletica, con la ricerca di itinerari sempre più diretti e difficili da superare. L’arrampicata compare dunque nell’alpinismo come tecnica specialistica per superare pareti sempre più impegnative. Inizia a scindersi il gruppo di alpinisti tra coloro che cercano prima di tutto il successo e la conquista di una nuova linea e coloro che si concentrano sull’eleganza dei movimenti e sullo stile con il quale superare una parete. All’inizio l’unico strumento utilizzato per la sicurezza è la corda. Si pensa che il primo ad utilizzare dei chiodi per gli ancoraggi fu Hans Fichtel e che i primi prototipi di moschettoni siano di Otto Herzog. Sono comunque attrezzi rudimentali più grandi e soprattutto molto pesanti di quelli attuali, per questo l’uso rimane moderato per evitare di portare con se pesi eccessivi e si iniziava a discutere in merito a due diversi modi di rapportarsi alla scalata. Iniziano i primi dibattiti sull’utilizzo dei chiodi come appoggi per i piedi o delle staffe, scalette di corda che, agganciate al chiodo, permettono di salire dove la roccia è stata poco generosa di appigli. Sono due le fazioni che si vengono a creare, coloro che non necessitano del rischio della vita per provare il piacere nel salire una parete e vedono nell’utilizzo di corde, chiodi e moschettoni la salvezza della propria pelle, e coloro che rifiutano l’ausilio di qualsiasi tipo di assicurazione concependo l’arrampicata come un “resistere alla sfida della morte” (G. Benn). Con il primo dei conflitti mondiali si chiude l’epoca d’oro delle guide: il crollo di un’intera classe sociale e la crisi economica toglie alle guide i clienti facoltosi, ma capaci, che hanno reso possibile un certo tipo di alpinismo. Dopo la Prima Guerra Mondiale lo scenario principale rimane quello delle Alpi Orientali. Austria e Germania vedono un alpinismo mosso da spiriti nazionalistici di rivincita ed affermazione, mentre la Francia vincente è preponderante nelle Alpi Occidentali . L’Italia subisce l’iniziativa tedesca sul versante orientale e quella francese sul versante occidentale, ma la reazione si fa sentire per un bisogno di rivalsa e competizione nazionale soprattutto con alpinisti come Comici, Rudatis, Tissi. Gli anni Trenta vedono il riscatto dell’alpinismo italiano con un numero impressionante di salite di grandissimo livello, ma anche di riscatto delle classi meno agiate. Alla fine degli anni Trenta i più importanti problemi delle Alpi sono risolti, il secondo conflitto bellico arriva e pone fine al periodo eroico dell’alpinismo classico. Si comincia in quegli anni a praticare l’arrampicata anche su pareti di modesta altezza, le falesie, che diventeranno poi luogo di culto per gli arrampicatori di nuova generazione. L’arrampicata in falesia è considerata attività  preparatoria all’alpinismo, sia per mantenere la forma fisica durante la cattiva stagione che per allenarsi a superare i passaggi più impegnativi che si possono poi ripresentare in parete durante le ascensioni. I rocciatori utilizzano nelle palestre di arrampicata, così come in montagna, l’equipaggiamento classico: pantaloni di velluto fino al ginocchio, camice di lana e pesanti scarponi equipaggiamento che a partire da quegli anni inizia a svilupparsi adattandosi sempre di più alle esigenze del rocciatore.
L’arrampicata pura rimane quasi ovunque, nel periodo precedente la seconda guerra mondiale, una pratica in gestazione, creata per prepararsi all’alpinismo vero e proprio Negli anni ‘50 si introduce il concetto di “direttissima”, o linee a goccia d’acqua; si tratta di ardue salite effettuate su pareti solitamente molto strapiombanti con l’ausilio di centinaia di chiodi ed altro materiale. Nel decennio successivo fanno comparsa nuovi attrezzi utili all’assicurazione come l’imbracatura, i primi modelli di nut, blocchetti di metallo da incastrare sulle fessure per ancorare la corda durante la salita. E’ la ricerca della “libera” che distinguerà  sempre più l’arrampicata sportiva dall’arrampicata in stile alpino. Negli anni Sessanta si inizia a intravedere una svolta in senso moderno dell’arrampicata, complice anche il generale movimento di trasformazione della società  che passa sotto il nome di Sessantotto, non inteso nel senso politico, ma di costume.
a cura di Elisa Filippi


Vie di Roccia
b_170_170_16777215_00_images_articles_alpinismo_vie_di_roccia.jpg Definire le vie di roccia dei semplici percorsi alpinistici è riduttivo, in quanto dietro ad ogni ascensione c'è molto di più; nell'arco alpino ed in tutto il mondo si trovano vie di ogni tipo e difficoltà , su ogni tipo di roccia, protette o da proteggere, non c'è che l'imbarazzo della scelta, nel nostro piccolo abbiamo inserito alcune relazioni di vie. Ricordate che ogni ascensione su roccia richiede uno studio preliminare del percorso, oltre che una serie di conoscenze alpinistiche, non sottovalutate mai i gradi e i dislivelli.

 

Ghiaccio e Neve
b_170_170_16777215_00_images_articles_alpinismo_ghiaccio.jpg Ghiaccio e neve era un progetto nato in collaborazione col gruppo To-Kai. Sfortunatamente il gruppo ha chiuso i battenti e al momento il progetto resta dentro ad un cassetto della scrivania dei tanti progetti! Se qualcuno fosse interessato a riprenderlo non esisti a contattarci!